L’involuzione normativa sulla rappresentanza sindacale nel Pubblico Impiego:
- 1987-1988. Le grandi lotte contro un contratto, certo non peggiore di quello attuale, mostrarono con evidenza l'inadeguatezza di sindacati distaccati (!) dai lavoratori, incapaci di interpretarne le esigenze, e contemporaneamente l'urgenza di pensare a forme di organizzazione che sapessero saldare i bisogni con il potere di decidere senza delegare all'infinito: nacquero i Comitati di Base della Scuola.
- 1990. Il 12 giugno è emanata la Legge 146, ribattezzata immediatamente la legge ANTICOBAS, col dichiarato obiettivo di rendere inefficaci le forme di lotta più incisive, come gli scioperi a tempo indeterminato.
- 1992-1993. Gli Accordi di Luglio sul costo del lavoro tra Governo e Confederali, porteranno alla integrazione della "disciplina del lavoro pubblico con quella del lavoro privato" (art. 1 D. Lgs. 29/93), e sanciscono la fine delle rivendicazioni contrattuali, inaugurando l'era della concertazione dove tutto è già fissato da paletti e non c'è più spazio per i miglioramenti economici, pena il tracollo dell'intera economia italiana. Naturalmente diventa fondamentale stabilire chi deve rappresentare i lavoratori: nel Pubblico Impiego, un "apposito accordo tra il Presidente del Consiglio ... e le confederazioni sindacali" (art.47 D.Lgs. 29/93); nel Privato si eleggeranno le RSU, dove ai sindacati maggiormente rappresentativi viene garantito il 33% dei seggi anche se non ottengono nemmeno un voto.
- 1995. Contro questi criteri antidemocratici, per cui un sindacato risulta rappresentativo se così viene riconosciuto dalla controparte e non invece da chi dovrebbe rappresentare, contro l'automatismo del rinnovo della delega sindacale, i Cobas, insieme alle altre organizzazioni del sindacalismo di base, promuovono e vincono i Referendum.
Ciononostante nel Ccnl-Scuola, firmato dai confederali di lì a poco, verranno ribadite le norme precedenti.
- 1997. Il 3 gennaio dalle colonne de Il Sole-24 Ore veniamo a sapere che "... C'è ancora troppo spazio per i Cobas che remano contro le logiche della concertazione necessarie a perseguire coerenti politiche dei redditi", la cui coerenza consiste nella compressione dei redditi da lavoro e nell'espansione di quelli da capitale. Ma la Confindustria deve attendere qualche mese: il 1° novembre Il Sole-24 Ore titola "Statali, via al decreto anti-Cobas" riferendosi all'imminente pubblicazione del DLgs. 396 che stabilisce, dopo avere anche "acquisito il parere delle organizzazioni maggiormente rappresentative", le nuove norme su Contrattazione Collettiva e Rappresentatività sindacale nel pubblico impiego. Questo Decreto 396, piuttosto che integrare la vacatio legislativa determinata dal Referendum del 1995 nel senso della richiesta dei proponenti, quindi favorendo l'ampliamento delle libertà e prerogative sindacali contro il monopolio di CGIL-CISL-UIL, prevede invece il raddoppio delle soglie iscritti/voti rispetto alla normativa precedente e sancisce l'istituzione delle RSU anche nel Pubblico Impiego. Così il Governo, che, ricordiamolo, nel pubblico impiego è la controparte dei lavoratori, mentre si gioca cambia le regole del gioco.
- 1998. Se tutto ciò non bastasse viene redatto un regolamento per le elezioni delle RSU che limita fortemente la possibilità dei lavoratori di presentare proprie liste al di fuori dei sindacati (come per gli Organi collegiali) e lega la rappresentatività nazionale ad elezioni di livello diverso, provinciale. Ciononostante i Cobas presentano proprie liste nella stragrande maggioranza delle province e si preparano alla competizione elettorale, quando il Ministro Bassanini, con “un atto d'imperio” (così lo giudicherà il Pretore del Lavoro di Roma) sollecitato da CGIL e CISL, un giorno prima della chiusura del periodo di presentazione delle liste sospende le elezioni sine die. Contro questo sopruso i Cobas propongono ricorso e, a seguito della sentenza favorevole del Tribunale di Roma, viene sottoscritto un accordo tra tutte le confederazioni sindacali e l'Aran che prevede le elezioni per il 25 - 28 gennaio 1999.
- 1999. Il 22 gennaio il Consiglio dei Ministri, recependo un ulteriore accordo "tra l'ARAN e talune confederazioni sindacali, che rappresentano nel loro complesso la più larga maggioranza dei dipendenti" (CGIL+CISL+UIL+CISAL+UGL = 343.448 iscritti su oltre un milione di dipendenti, è strano il concetto di più larga maggioranza che ha il Consiglio dei Ministri) emana un decreto legge con cui vengono sospese le elezioni e stabilito un criterio di rappresentatività retroattivo che tiene conto dei soli iscritti dell’anno precedente, con la conseguenza che anche i lavoratori non iscritti (oltre il 60%), non potendo eleggere propri rappresentanti, risultano di fatto “arruolati” in questi sindacati, che ne acquisiscono la rappresentanza per via legislativa. In questo modo quelle forze, come i Cobas, che puntavano soprattutto sul libero consenso che i lavoratori avrebbero potuto esprimere con il voto, si trovano all’improvviso fuori gioco: costretti a contare il 22 gennaio 1999 solo sugli iscritti fatti entro il 31 dicembre 1998: così nella Scuola, che è il Comparto più grande e meno sindacalizzato di tutto il pubblico impiego, ai lavoratori non è consentito eleggere i propri rappresentanti.
Chiarificatore risulta il solito, attentissimo, Il Sole-24 Ore che titola “Disinnescata la mina RSU. Vertenza scuola verso l’intesa”, e già perché nel frattempo stava per uscire dalla clandestinità la trattativa sul Ccnl e come giustamente sottolineano i segretari della CISL (Colturani “Indubbiamente il voto inquinava la trattativa”) e della CGIL (Panini “Le condizioni per accelerare e arrivare alla firma mi pare ci siano”) è meglio che di queste cose se ne continuino ad occupare solo i dirigenti sindacali senza essere infastiditi dai lavoratori.
Questo decreto legge, convertito poi, non senza strani ripensamenti di alcune forze politiche nella XI Commissione Lavoro della Camera (che ci sia stato qualche patteggiamento sottobanco tra taluni partiti, e i loro sindacati di riferimento, sulla questione dei distacchi è ben più che un fondato sospetto), nella Legge 69/99, è quello che ci ha condotto, tra il 13 e il 16 dicembre 2000, alle prime elezioni delle RSU nella scuola.
Elezioni, che nel resto del pubblico impiego si erano già tenute nel novembre del 1998, e che nel comparto Scuola furono bloccate proprio per realizzare un Regolamento elettorale che, con il voto polverizzato in oltre 10.000 scuole, mettesse Cgil – Cisl – Uil e Snals al riparo da probabili risultati negativi.
Un Regolamento antidemocratico che pretende di misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali sul piano nazionale attraverso un voto espresso su liste di singola scuola: come se i partiti alle elezioni politiche potessero ottenere voti in un determinato caseggiato soltanto se in esso riuscissero a presentare candidati.
Così “grazie” ad un Regolamento iniquo, si è trasformata un’occasione per allargare la democrazia nella scuola, in un’operazione che tende solo ad espropriare i poteri degli Organi Collegiali (che peraltro già si tenta di limitare, vedi Dirigenza e Contabilità) e a trasferire il meccanismo della concertazione e della cogestione anche nell’ambito delle scuole-aziende.
A noi era invece sempre sembrato ovvio che, esistendo vari livelli di contrattazione integrativa/decentrata, fosse necessario che i lavoratori eleggessero propri rappresentanti per ognuno dei tre/quattro livelli (come è sempre successo per gli Organi Collegiali) su liste corrispondenti: nella singola scuola con liste d’istituto, CSA e/o direzione regionale con lista provinciale e/o regionale (come al CSP), ministero con lista nazionale (come al CNPI), e che su ognuno di questi livelli fosse valutata la corrispondente rappresentatività delle liste. |