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ESAME DI STATO di diploma superiore

(L. 425/97 come modificata dall’art. 22 comma 7 L. 448/2001, Dpr 323/98, specifiche annuali Ordinanze Ministeriali)
Il nuovo esame di stato ha rappresentato una innovazione ambiziosa, che non si è limita ad intervenire sulle procedure dell'ex esame "di maturità" ma ha costituito un elemento di trasformazione del carattere e delle finalità della scuola superiore: cioè, pur introdotto come prova finale, ha cercato di proiettare i suoi effetti "a monte" sul lavoro didattico.
Il vecchio esame di maturità poteva essere migliorato nelle procedure, salvandone il carattere di esame in cui si valuta un allievo sulla base del giudizio espresso su di lui, singolarmente e collegialmente, dai suoi insegnanti, che prevede lo svolgimento di prove scritte e di un colloquio, da cui desumere elementi di valutazione che vengono raccolti e sintetizzati in un giudizio complessivo e ragionato "di maturità", che si traduce poi anche in un voto. Abbiamo sottolineato il concetto di giudizio per segnalare la forte differenza con la procedura del nuovo esame che prevede una valutazione "a punteggio".
Berlinguer, prima e adesso la Moratti, decide di cambiare radicalmente strada impostando un nuovo esame che significativamente non si chiama più "di maturità" ma "esame di stato".
La propaganda ministeriale lo presenta come più equo, oggettivo, rigoroso, trasparente, tuttavia, nonostante il grande dispendio di mezzi, l'operazione di lancio non riesce a dissipare fastidio e diffidenza in docenti ed allievi.

Vediamo di analizzare le ragioni di questa valutazione. 
1) La composizione della commissione.
La commissione divenuta tutta interna (tranne per le scuole legalmente riconosciute e pareggiate), nasce dalla scelta di favorire la scuola privata, pardon paritaria. Tra l'altro, non si capisce come i commissari interni possano essere sostituiti in caso di impedimento a partecipare agli esami. Comunque alcune materie non sono "coperte", quindi non sono garantite pari condizioni a tutti i candidati. La presenza di un unico presidente per ogni sede di esame riduce il ruolo dello stesso a quello di mero spettatore.
2) Come si svolge l'esame.
Il candidato si presenta fornito di un punteggio attribuito dal consiglio di classe in modo sostanzialmente vincolato, perché legato alla media dei voti, e affronta una successione di prove concepite come un ciclo di collaudo di un prodotto. Ogni prova è indipendente dalle altre, mira ad accertare competenze settoriali e si conclude con l'attribuzione di un punteggio. L'esito dell'esame è dato dalla sommatoria dei punteggi. Non è prevista alcuna fase di sintesi collegiale e valutazione complessiva, lo scrutinio stesso è svuotato di qualsiasi valenza, si può discutere solo dell'attribuzione di un punteggio aggiuntivo per gli allievi più meritevoli.
Lo svolgimento dell'esame diventa così un procedimento spersonalizzato, in cui il ruolo dei commissari si esaurisce nell'operazione di accertamento di una certa competenza e proposta di punteggio, non c'è da riflettere o collegare, non è prevista alcuna fase di sintesi ragionata dei risultati.
La proposta ministeriale mette in luce la contraddizione di un dispositivo di esame finale pensato come selettivo, introdotto a conclusione di un ciclo di studi in cui ha operato in modo negativo l'introduzione dei debiti formativi conseguente all'abolizione degli esami di riparazione. Infatti, nel momento in cui, con l'abolizione degli esami di riparazione, la scuola superiore doveva farsi carico direttamente del recupero, il ministero non ha voluto istituire un vero servizio di recupero con relativo organico perché costoso ed ha ripiegato sul finanziamento degli IDEI creando un quadro di interventi scoordinati ed episodici, sostanzialmente inefficaci. Questo ha portato ad occultare il problema delle difficoltà scolastiche pregresse degli allievi, scaricandole via via a valle, ed ha consentito le aspettative di una sanatoria che non c'è stata, anzi con il nuovo esame i debiti si concretizzano in riduzioni del credito scolastico.
Quindi oggi affrontano l'esame molti allievi deboli, vittime-complici di una situazione in cui taluni hanno saputo navigare furbescamente, e che si trovano di fronte ad un meccanismo che, almeno sulla carta, non dà scampo a chi non raggiunge certe prestazioni.
Da qui la richiesta degli studenti di rivedere almeno i criteri di valutazione per poter spuntare un maggiore credito scolastico ma anche la difficoltà di ridisegnare una griglia di valutazione per adeguarla ad un vincolo esterno di cui non sono condivisi i criteri e le finalità.
3) La terza prova.
Anche questa novità suscita perplessità. Prescindiamo per il momento dalle assurdità ed incongruenze delle proposte di terza prova diffuse su Internet dal Ministero, che costituiscono comunque una utile lettura per rendersi conto del livello intellettuale delle "teste pensanti" di viale Trastevere. Si insiste molto sulla novità del test, che viene presentata come scelta "moderna". Ma i test sono un tipico strumento di valutazione delle aziende per accertare in modo semplice e rapido un sapere parcellizzato, secondo un'impostazione classificatoria estranea alle finalità della scuola superiore. Anche la molto propagandata novità della "pluridisciplinarietà" non va oltre l'accostamento di più discipline.
Costringere i docenti ad addestrare i propri allievi a svolgere queste prove costituisce un condizionamento negativo del lavoro didattico. Ma molti insegnanti sono critici e riluttanti a lavorare su questo terreno, anche perché percepiscono come estraneo e pericoloso un modello di valutazione che costituisce un'anticipazione di quello a cui loro stessi verranno sottoposti nel nuovo quadro dell'autonomia fondato su una valutazione del loro lavoro funzionale alla frammentazione della categoria.

In conclusione il nuovo esame non è un intervento "tecnico" di effetti limitati ma il tentativo di introdurre un cambiamento complessivo del carattere della scuola superiore: si impone un "programma d'esame" cioè si indicano i "livelli di prestazione attesi" e poi si lascia alle singole scuole gestire "liberamente" i contenuti e le modalità di preparazione degli allievi in modo da metterli in condizione di sostenere le prove d'esame.
Un rovesciamento dell'ottica che vede l'allievo come punto di partenza del lavoro didattico verso un'ottica in cui si definiscono astrattamente "livelli di prestazione" da assumere acriticamente come finalità del proprio lavoro. Un'impostazione che acquista un senso nel quadro di trasformazione della scuola superiore in una sede di "formazione al lavoro", in cui non si fa cultura ma si acquisiscono "competenze" analizzabili e misurabili separatamente.
Aspetto non trascurabile della questione è l'aumento di lavoro che le attività connesse all'esame comportano per tutti i docenti delle classi terminali.
A parte iniziative senza fondamento giuridico, quali l'imposizione della partecipazione obbligatoria a "corsi di preparazione", ci sono tutte le altre attività:
- preparazione alla terza prova;
- preparazione del documento del 15 maggio;
- rapporti con i candidati esterni;
- svolgimento degli esami preliminari ai candidati esterni e valutazione.

Potrebbero esserci altre novità a seguito dell’approvazione della legge delega 53/2003 di Riforma della scuola, il cui art. 3 prevede che l’esame di Stato conclusivo si svolga su prove organizzate dalle commissioni d’esame e su prove predisposte e gestite dall’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema di Istruzione, sulla base degli obiettivi specifici di apprendimento del corso ed in relazione alle discipline di insegnamento dell’ultimo anno.

 
 
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