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CONFEDERAZIONE COBAS 

I PERCHE’ DELLA LOTTA PER I DIRITTI SINDACALI E DEMOCRATICI

DA 42 GIORNI IN SCIOPERO DELLA FAME  

Le nostre iniziative di lotta, con al centro lo sciopero della fame davanti alla sede dell’Unione che oramai dura da 42 giorni (iniziato il 18 aprile), mirano a suscitare la massima attenzione su un tema cruciale per la democrazia in Italia: come restituire ai lavoratori/trici e a tutte le organizzazioni sindacali i diritti di rappresentanza, di trattativa, di libertà di assemblea nei luoghi di lavoro che in questi anni sono stati annullati, o ridotti ai minimi termini, da governi di centrodestra e di centrosinistra, con l’instaurazione di un vero e proprio “regime” monopolistico di Cgil-Cisl-Uil, sul modello degli ex-sindacati di Stato dell’Est europeo.

Le rivendicazioni-base di questa campagna sono il diritto di assemblea in orario di servizio per ogni sindacato e per ogni gruppo di lavoratori/trici e il diritto di libera iscrizione a qualsiasi sindacato, oggi non garantito né ai lavoratori del settore privato né ai pensionati.

Svolgendo però un ragionamento più ampio sulla democrazia sindacale, pensiamo che una vera rappresentanza democratica dei diritti dei lavoratori/trici dovrebbe rispettare almeno alcuni criteri-base.

1) La rappresentanza nazionale di categoria va stabilita mediante elezioni su liste nazionali, consentendo ad ognuno di votare per il sindacato che preferisce e non obbligandolo, come avviene ora nel pubblico impiego, a presentarsi come candidato/a per la Rsu nel proprio posto di lavoro al fine di consentire ai colleghi/e di votare per il sindacato preferito. In pratica, ad esempio in una scuola, si possono aver decine di simpatizzanti che vorrebbero far avere al proprio sindacato la rappresentanza nazionale votandolo, ma che non lo possono fare se non autoimponendosi l’obbligo di fare il “sindacalista di scuola” per almeno tre anni: se infatti in quella scuola non c’è ad esempio un candidato Cobas per quella RSU, gli altri non possono votare i Cobas per la rappresentanza nazionale. E’ come se, nelle elezioni politiche, gli inquilini di un condominio non potessero votare per un partito, a meno che un membro del condominio non sia nelle liste nazionali di quel partito. Per mettere da parte questo assurdo e antidemocratico meccanismo, i lavoratori/trici devono poter votare con due schede, una per il livello nazionale e una per il luogo di lavoro, come accade a livello politico separando ad esempio le elezioni comunali dalle nazionali.

2) La percentuale fissata per ottenere la rappresentatività nazionale e i conseguenti diritti non deve impedire ai sindacati che non la raggiungono di avere almeno i diritti “minimi” di assemblea e propaganda nei luoghi di lavoro; questo criterio è sempre stato valido nella scuola e nel lavoro pubblico, fino all’avvento della Bassanini (1997) che, con un colpo di mano, ha inserito l’idea che anche diritti dei singoli lavoratori (come il monte-ore delle assemblee) possano divenire diritto esclusivo dei sindacati “rappresentativi”. Per la verità nella scuola il diritto di assemblea è rimasto diritto dei lavoratori/trici anche nei due anni successivi all’avvento della Bassanini ed è stato annullato per circolare ministeriale (reiterata poi molte volte dai governi di centrosinistra, quest’ultimo in particolare) del ministro Berlinguer (1999), che elencava le organizzazioni aventi diritto, scippando quindi i lavoratori/trici. Sarebbe come se, a livello politico, i partiti che non hanno superato la quota di sbarramento per entrare nei due rami del Parlamento, non potessero poi fare propaganda elettorale negli anni successivi.

3) Nelle elezioni delle RSU non ci devono essere quote garantite a nessuno, come invece avviene ora, vergognosamente, nel settore privato dove il 33% è assegnato a Cgil.Cisl-Uil indipendentemente dai voti. Se un arbitrio del genere fosse compiuto a livello politico-istituzionale (ma per la verità non ci risulta che ci sia alcun caso al mondo del genere) si parlerebbe coralmente di dittatura.

4) Alle elezioni devono partecipare, in forma attiva e passiva, anche i precari in servizio.

5) Ogni accordo va sottoposto a referendum vincolante tra i lavoratori del comparto o del posto di lavoro. Su questo punto anche componenti importanti dei sindacati confederali (Fiom in primo luogo) sono d’accordo con noi. Il problema è che si limitano a sottolineare solo tale punto, quasi che, risoltolo, si ristabilisse automaticamente una vera democrazia sindacale. Il referendum è un passaggio democratico cruciale: ma senza democrazia nella formazione degli accordi e nella attività sindacale quotidiana non ve ne può essere una reale solo nel momento conclusivo. Se pensiamo ad esempio al contratto per il pubblico impiego e la scuola, ancora non rinnovato, e sul quale si rischia seriamente di arrivare a quello che noi consideriamo comunque una maxitruffa, un ipotetico referendum su di esso ed una eventuale nostra vittoria per il NO avrebbero senso solo se poi, a trattare, potessero andare anche quelli che hanno contestato l’accordo e non sempre e solo quelli che lo hanno voluto e firmato: e inoltre, per far bocciare l’accordo-truffa, bisognerebbe avere la libertà di assemblea e di propaganda per spiegare perché l’accordo va bocciato. Altrimenti, il referendum sarebbe una foglia di fico su un sistema che resterebbe sostanzialmente antidemocratico.

Queste che a noi sembrano elementari e quasi ovvie regole di democrazia  richiederebbero il varo di una legge che il governo Prodi non appare intenzionato a promuovere. Esse sono un obiettivo fondamentale, ma, stante gli ostacoli enormi che si frappongono da varie parti al varo di una legge organica (e fermo restando che sosterremo con convinzione ogni tentativo davvero democratico in questa direzione), qui ed ora, esigiamo almeno i diritti minimi di libertà di assemblea e di iscrizione, diritti che non costano nulla al bilancio statale e non richiedono complicate procedure giuridiche o politiche da un governo che ha vinto le elezioni soprattutto denunciando i pericoli di “regime” del berlusconismo e i suoi arbitrii in materia di democrazia.

Ad esempio, il diritto di assemblea nella scuola e nel pubblico impiego (ma anche in molte strutture ex-pubbliche o semi-pubbliche) può essere ripristinato, esattamente come è stato annullato nel 1999, mediante circolari ministeriali. Basterebbe dire che tutte le organizzazioni che si presentato alle RSU hanno diritto a convocare assemblee (come pure gruppi di lavoratori/trici, fissando una quota percentuale, mediante raccolta firme): sta poi ai lavoratori decidere se partecipare o meno per utilizzare il loro monte-ore annuale.

Per quel che riguarda il diritto di iscrizione dei pensionati mediante trattenuta in busta-paga, al momento lo possono fare solo i sindacati ammessi al CNEL. Ora l’ammissione a tale struttura avviene per nomina governativa e non per misurazione (seppur arbitraria e truffaldina) della loro presunta rappresentatività, tant’è che ne hanno diritto organizzazioni che in vari comparti sono molto meno “rappresentative” dei Cobas. Basterebbe autorizzare Inpdap e Inps a stipulare accordi con tutti i sindacati in tal senso, e non solo con quelli inseriti nel CNEL. Infine, per quel che riguarda, la trattenuta in busta-paga per i dipendenti privati, gli ostacoli si potrebbero comunque aggirare mediante la cessione di credito della quota equivalente: solo che i vincoli posti in Finanziaria (in funzione prevalente anti-usura) a tale proposito vengono utilizzati da tanti padroni privati e semi-pubblici per boicottare le iscrizioni ai Cobas. Sarebbe sufficiente una piccola modifica formale che specificasse che tutte le clausole anti-usura non valgono quando la cessione di credito riguarda le trattenute sindacali. 

Piero Bernocchi

Per la Confederazione COBAS