INTRODUZIONE
Di revisionismo storico, riabilitazione del fascismo e del "blan-chissage di Salò", secondo la definizione di Tabucchi, si discute da una quindicina d'anni. Si tratta di un'operazione a vasto raggio, che ha coinvolto il mondo politico ed istituzionale in forme diverse. Si va dall'incontro Violante-Fini a Trieste del '98 sui "bravi ragazzi" di Salò alle parole di Ciampi nel 2001 sui "giovani che fecero scelte diverse e che le fecero credendo di servire ugualmente l'onore della propria Patria", passando per le vergognose esternazioni di chi dipingeva un fascismo "mite", che mandava gli oppositori in vacanza al confino.
Si è arrivati a proporre un provvedimento legislativo per equiparare i nazifascisti della repubblica di Salò ai combattenti partigiani. La tesi eversiva di una pari dignità di chi aveva combattuto negli anni '43-'45 è caduta ma voleva condurre, secondo Enzo Collotti, a «un risultato che equivarrebbe ad una sorta di suicidio ideologico del parlamento repubblicano, indotto da una maggioranza priva di senso storico e di responsabilità civica a smentire le proprie origini».*
Il dibattito culturale è stato sommerso in questi anni dal revisionismo storico, l'obiettivo esplicito è quello di mettere sotto accusa la Resistenza ed annullare ogni sistema di valori e ogni valutazione autenticamente storica. Per realizzare questo ribaltamento del paradigma interpretativo della storia del movimento di liberazione e di lotta al nazifascismo bisognava scrivere un'altra storia e a scriverla non potevano più essere gli storici, ma i media e la pubblicistica. Si è cercato di costruire un senso comune lontano dai valori etici e dalla correttezza storiografica, che cancellasse nella coscienza civile le fondamenta resistenziali della repubblica.
Banalizzazione, omissione e conseguente manipolazione sono le premesse necessarie per questa operazione: aggrediti ed aggressori vengono messi sullo stesso piano, si relativizzano i crimini commessi, non ci si assume alcuna responsabilità rispetto al passato coloniale, non si contestualizzano gli avvenimenti, si pone l'accento su singoli episodi estrapolati, si scelgono e usano i dati numerici piegandoli a esigenze strumentali.
A Trieste
L'attacco revisionista ha avuto ricadute pesanti al confine orientale: per anni in città non si è potuto celebrare degnamente il 25 Aprile né la giornata della Memoria nella Risiera di San Sabba, l'unico campo di sterminio con annesso forno crematorio dell'Europa meridionale. All'apologia del fascismo si è affiancato il rilancio del razzismo antislavo, con assessori che celebravano la Marcia su Roma mentre in città si vagheggiava di "memorie condivise" o di "pacificazioni".
Come insegnanti siamo dovuti intervenire pubblicamente in due occasioni, che qui vogliamo ricordare per far comprendere il clima nel quale è stato necessario e doveroso realizzare il corso di aggiornamento per il personale della scuola su "Revisionismo storico e terre di confine".
Nel maggio 2004 si è celebrato il cinquantenario del ritorno di Trieste all'Italia: vengono distribuite nelle scuole (ma non in quelle con lingua d'insegnamento slovena) 22.500 confezioni del "kit tricolore" nell'ambito del "Progetto Italia". Il kit prevedeva una maglietta (bianca o rossa o verde) che gli alunni e gli studenti avrebbero dovuto indossare per formare la più grande bandiera vivente in piazza dell'Unità d'Italia (l'ambizioso progetto prevedeva la consacrazione nel Guinness dei primati), una bandiera, il testo dell'inno nazionale e una nota della Lega Nazionale sugli ultimi 130 anni di storia in queste terre.
Il testo della nota è talmente scandaloso da meritare una citazione sia per le omissioni che per gli errori contenuti. Non si citano i 20 e più anni di squadrismo fascista, - particolarmente brutale in queste terre per la volontà di assimilare forzosamente le componenti slovena e croata - , le persecuzioni e le condanne a morte del tribunale speciale fascista, né tantomeno l'esistenza della Risiera o l'annuncio fatto proprio a Trieste da Mussolini dell'introduzione nel 1938 in Italia delle leggi razziali.
I Comitati di Base della Scuola, unico sindacato a prendereposizione, denunciano l'oltraggio alla città intera, diffidano i dirigenti scolastici dal distribuire i kit e dal far partecipare le scolaresche al "grande evento" senza seguire Titer della discussione in Collegio docenti e nei Consigli di classe. Mentre gli insegnanti di storia lanciano un appello pubblico sul giornale della città, un deputato locale post(?)fascista invita il ministro Moratti a prendere provvedimenti contro gli insegnanti «solerti nello svilire e nel-l'annientare l'amor patrio» (sic). Il progetto viene comunque portato sommessamente e faticosamente a termine (la bandiera vivente si rivela un flop indimenticabile) anche se ormai la sua essenza revisionista è svelata a tutta la città. Rimane la percezione dell'offesa alla scuola pubblica, nella quale è stato possibile far circolare un siffatto materiale impresentabile ad uso didattico. Pagato, per di più, con pubblico denaro.
Passano solo pochi mesi e, in occasione della "Giornata del ricordo", - istituita dalla legge n. 92 del 30.3.2004 al fine «di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale» -, viene proposto in televisione uno sceneggiato sugli avvenimenti in Istria nella II Guerra Mondiale. L'immagine di "italiani brava gente" viene ineffabilmente ribadita senza alcuna menzione dei crimini compiuti nel ventennio fascista e delle atrocità dell'occupazione e della guerra nei Balcani e in Jugoslavia. L'uso della violenza, non solo contro i partigiani, ma contro tutta una popolazione considerata inferiore, la guerra nella quale non si facevano prigionieri (circolare 3C del marzo '42 del generale Roatta) non trovano qui alcun riscontro.
L'archiviazione dei processi contro i criminali di guerra italiani del 1951 è stata, d'altronde, una tappa fondamentale nel processo di rimozione. "La più complessa vicenda del confine orientale" viene alla fine così rappresentata: il mito dell'occupante italiano buono e pietoso commuove la platea e porta all'oblio della realtà dell'occupazione. Nel clamore causato da chi grida alla "pulizia etnica comunista" o da chi si percuote il petto, si rischia di perdere il senso di ciò che sta accadendo. L'odio verso l'altro, il perfido e barbaro "slavo", può essere fatto rivivere ad uso e consumo dei novelli "divulgatori di storia".
A nessuno viene in mente di rendere note le cifre delle vittime civili durante l'occupazione italiana in Jugoslavia, né tantomeno un presidente della Repubblica italiana ha sentito il bisogno difare i conti con le passate responsabilità e fare ciò che ha fatto il presidente tedesco Rau a Marzabotto, il quale nel 2002 si è inchinato e ha commemorato le vittime della ferocia nazista.
La rimozione del passato, l'uso politico e la strumentalizzazione delle foibe, la falsificazione della storia abbandonano con questo sceneggiato l'angusto confine orientale e guadagnano la ribalta televisiva nazionale.
Di fronte al montare del razzismo, alle visioni falsificate della realtà del confine orientale e all'emergere di una nuova categoria di sedicenti storici - gli "storici" mediatici - abbiamo creduto nostro dovere organizzare una riflessione sulla storia delle nostre terre. In questo corso abbiamo voluto unire rigore scientifico, lavoro sulle fonti, interventi storiografici e attenzione alla didattica, che è il senso ultimo del nostro fare scuola.
Ringraziamo le relatrici e i relatori che ci permettono di dare alle stampe gli atti, l'ANPI di Trieste per il patrocinio dato al corso e il vasto pubblico di operatori della scuola e studenti che ha seguito e partecipato alla nostra due giorni di lavori, confermandoci, con la sua attenzione, nel senso del nostro agire. Ringraziamo Gorazd Bajc per il suo contributo inedito, frutto di un suo recente studio negli archivi britannici.
La deriva politica e antropologica di questo paese si riassume tutta nella nuova "memoria storica" che si sta pericolosamente elaborando. Noi crediamo che le radici ideali della repubblica, l'antifascismo e la Resistenza, ne siano ancora valori fondanti e vadano declinati, oggi come ieri, per rendere concreti e attuali proprio quei principi, che preludevano a una società altra e possibile.
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