COBAS - CESP
SARDEGNA
Previdenza e
TFR
Breve storia
delle pensioni in Italia
Il nostro
sistema pensionistico si è caratterizzato, alle sue origini, come un
sistema a capitalizzazione ma pubblica (1). Esso consisteva nell’accantonamento
dei contributi versati dai lavoratori per costituire delle riserve.
Il capitale così accumulato veniva poi investito dall’ INPS in operazioni
finanziarie ed i guadagni derivanti dal rendimento degli investimenti
effettuati si sommavano (o si sottraevano se avvenivano perdite) alle
riserve. Dal capitale così formato, decurtate le spese correnti di
gestione, veniva di volta in volta prelevata la quota necessaria ad
erogare le prestazioni pensionistiche a coloro che in quel momento giungevano
al termine della propria vita lavorativa.
La forma
pubblica della capitalizzazione,a differenza di quella privata, comportava
che la gestione delle riserve non dovesse dare nessun profitto per il
gestore, ma l’eventuale guadagno poteva essere distribuito ai pensionati,
mentre nel caso ci fossero state perdite, queste venivano ripianate
con fondi del bilancio pubblico complessivo.
Poiché come
detto, le riserve accantonate venivano investite in attività finanziarie
(titoli di stato e crediti), a causa dell’inflazione pre e post-bellica
il loro valore reale e di conseguenza quello delle pensioni, era stato
progressivamente eroso: le pensioni medie reali nel ’45 valevano meno
di un decimo rispetto al 1935.
I governi borghesi,
per motivi di consenso politico, nel ’52 introdussero il sistema previdenziale
cosiddetto a ripartizione. Questo sistema consiste nel prelevare
i contributi dai lavoratori attivi e contemporaneamente con essi pagare
le prestazioni ai pensionati. Il tipo di ripartizione introdotta nel
’52 è denominata ripartizione
contributiva in quanto l’ammontare della pensione percepita
è in diretto rapporto con l’ammontare dei contributi versati.
L’andamento
favorevole della lotta di classe portò nel ’68 all’introduzione
delle pensioni a ripartizione retributiva. Tale meccanismo prevede
il calcolo della pensione non in base all’ammontare dei contributi
effettivamente versati, ma alla retribuzione media, di un preciso periodo
della vita lavorativa (periodo di riferimento), moltiplicata per un’aliquota
relativa agli anni di versamento contributivo ( es. aliquota del 2%
per 40 anni = 80% della retribuzione media del periodo di riferimento)
il periodo di riferimento era costituito nel ’68, dagli ultimi tre
anni per i dipendenti privati, dall’ultimo anno per i dipendenti degli
Enti locali, e addirittura dall’ultimo mese per i dipendenti pubblici.
L’entità dell’aliquota era ovviamente il risultato della contrattazione
ovvero dei rapporti di forza tra le classi.
Nel ’69 furono
fatte altre conquiste importanti come l’aggancio delle pensioni alla dinamica salariale. Questa conquista
ha evidenziato in modo più tangibile la solidarietà di classe tra
i lavoratori attivi e quelli in pensione, perché la crescita delle
pensioni era di conseguenza collegata strettamente agli aumenti dei
salari che i lavoratori attivi riescono a strappare al padronato, ovvero
parte del plusvalore conquistato veniva ridistribuito a tutta la classe
lavoratrice (attiva e non più attiva).
Bisogna inoltre
mettere in evidenza il fatto che l’introduzione del principio della
ripartizione ha permesso di estendere i benefici del sistema previdenziale
ad altre categorie, come i coltivatori diretti, gli artigiani, i commercianti,
realizzando una coperture quasi universale. …..
Questo sistema
introdusse, però anche provvedimenti ambigui come l’intreccio fra
previdenza e assistenza. La commistione di previdenza e assistenza ebbe
un doppio effetto. Il primo fu quello di favorire ulteriormente le politiche
di assistenzialismo in favore del comparto autonomo.
La mancata
separazione fra previdenza e assistenza permise, in secondo luogo, a
partire dalla fine degli anni ’60, di finanziare con i contributi
dei lavoratori, attraverso l’Inps, la ristrutturazione capitalistica:e
con il ricorso alla Cassa integrazione, alla fiscalizzazione degli oneri
sociali ed ai prepensionamenti.
Anche così,
il capitale ha ottenuto la flessibilizzazione nell’uso della forzalavoro.
Negli anni
’80 un’intensa campagna ideologica ha preparato il terreno per gli
interventi nel settore della previdenza pubblica.
Il senso generale
di questa strategia è riassumibile in questo modo: diminuire la spesa
sociale pubblica e allo stesso tempo creare la necessità di sostituirla
con quella privata.
Finchè i lavoratori
potevano contare su pensioni decenti, erogate dal sistema pubblico a
ripartizione, non vi era ragione sufficiente per attivare quelle integrative
private.
Il primo passo
in questa direzione è stato realizzato da Giuliano Amato con la riforma
del ’92. I principali provvedimenti sono stati : blocco,
per tutto il ’93 delle pensioni di anzianità, aumento progressivo
dell’età pensionabile (fino a 65 anni per gli uomini e 60 per le
donne) , aumento del periodo di riferimento per il calcolo della retribuzione
media pensionabile (portato agli ultimi quindici anni di lavoro), eliminazione
dell’aggancio ai salari, aumento a 35 anni del requisito per pensioni
di anzianità dei dipendenti pubblici con meno di 8 anni di contributi
al 31/12/92.
Sempre Amato
l’anno successivo introduce i fondi pensione. In sostanza i lavoratori
dovrebbero affidare parte del loro salario differito a questi fondi
pensione gestiti a capitalizzazione che trasformerebbero i risparmi
prima da reddito in capitale monetario e poi in capitale fittizio. I risparmi dei lavoratori dati ai fondi pensione vengono investiti
da questi in attività finanziarie ( titoli azionari, obbligazioni e
titoli pubblici ecc).
La riforma
Dini del 95 ha peggiorato ulteriormente la legge Amato reintroducendo,
per coloro che all’epoca avevano meno di 18 anni di anzianità lavorativa,
il famigerato sistema contributivo del 1952 che era stato come detto
sopra, dal ciclo delle lotte iniziato nel 1968.
Questa riforma,
senza modificare le forme di finanziamento della previdenza pubblica,
che resta a ripartizione (2), ha imposto che a parità di anni contributivi
lavorati e di contributi versati, un lavoratore con 40 anni di contributi
percepisca una pensione inferiore al 64% della media della retribuzione
degli ultimi 10 anni (circa il 45% dell’ultimo stipendio), invece
dell’80% assicurato dal sistema retributivo.
- finanziamento
a capitalizzazione privata
con questo
tipo di finanziamento i contributi versati da ogni singolo lavoratore
serviranno per pagare la pensione dello stesso lavoratore.
I contributi
vengono investiti anno dopo anno per costruire un capitale che verrà
utilizzato, direttamente o come rendita vitalizia, al momento di uscire
dal mondo del lavoro.
A differenza
del regime a ripartizione, basato sulla solidarietà intergenerazionale,
in questo secondo regime ogni lavoratore
“pensa per se”, ovvero si costruisce
il proprio schema pensionistico mediante il proprio risparmio.
La capitalizzazione
privata comporta tutti i rischi derivanti dai comportamenti dei mercati
e costi di gestione molto alti.
Inoltre
le crisi finanziarie e le svalutazioni rischiano di volatilizzare in
ogni momento il capitale versato.
L’indicizzazione delle pensioni in questo caso non è possibile: l’investimento dei
capitali sui mercati difficilmente permette di garantire un rendimento
proporzionale all’aumento dei salari o al tasso d’inflazione.
Questo sistema, permette in ogni istante si utilizzare i contributi
versati dai lavoratori per pagare le pensioni. Vi è quindi un trasferimento
di ricchezza di una generazione, quella dei lavoratori attivi, ad un’altra,
quella dei pensionati.
La ripartizione
permette di indicizzare le pensioni ai salari in modo che i pensionati
non si trovino con il rischio di vedere la pensione perdere il
proprio potere d’acquisto.
La riforma
Amato del 92 ha tolto l’indicizzazione delle pensioni all’andamento
dei salar, mentre è rimasta unicamente l’indicizzazione dei prezzi.
Questo comporta, col passare del tempo, una ulteriore progressiva perdita
del potere d’acquisto delle pensioni.
A partire
dal gennaio 2007 ed entro il 30 giugno, i lavoratori del settore privato
dovranno scegliere se trasferire o meno il proprio TFR ai fondi pensione;
per quelli del settore pubblico, il governo sta approntando un provvedimento
analogo che dovrebbe entrare in vigore tra poche settimane.
Cosa
è il TFR ?
E’ il trattamento
di fine rapporto, la liquidazione. Nel settore pubblico si chiama Trattamento
di Fine Servizio. Le aziende prelevano ogni anno dalla retribuzione
dei propri dipendenti , cioè dal loro salario, il 6,9% ed al termine
del rapporto di lavoro rendono al lavoratore la somma accumulata. L’ammontare
del TFR viene rivalutato annualmente di un 1,5%, nonché del 75% dell’inflazione
(aumento dei prezzi al consumo, il costo della vita) registrata nel
corso di ciascun anno. Questa rivalutazione costituisce il “rendimento”
del TFR. Ad esempio, se alla fine dell’anno l’aumento dei prezzi
al consumo è stato del 2,7, il rendimento del TFR sarà, per quell’anno,
del 3,52% (75% di 2,7 uguale 2,025, più la rivalutazione fissa di 1,5,
dà in totale 3,52%). Quando cessa il rapporto di lavoro (perché si
va in pensione o si cambia azienda) si rientra automaticamente in possesso
dell’intero ammontare del TFR fino a quel momento accumulato.
Ciò avviene
anche in caso di licenziamento e costituisce spesso quel piccolo capitale
che permette di tirare avanti in attesa di trovare un nuovo lavoro.
Il TFR assume così la funzione di un vero e proprio “ammortizzatore
sociale” che il lavoratore si è pagato in anticipo, ed infatti a
tale scopo venne istituito all’inizio del secolo passato.
Cosa
sono i Fondi Pensione ?
Sono una categoria
particolare di Fondi di Investimento, il cui capitale è formato raccogliendo
il denaro accantonato per la pensione da coloro che aderiscono
al fondo I fondi Pensione investono poi questo capitale in titoli di
ogni genere. Quindi guadagnano o perdono a seconda dell’andamento
dei titoli comprati. Appartengono quindi alla categoria dei “capitali
di rischio”. Ne esistono di due tipi: Fondi chiusi (o negoziali)
e Fondi aperti. Ai Fondi Chiusi possono aderire solamente i lavoratori
di una data categoria.
Ad esempio
il Fondo COOP-LAVORO è riservato ai dipendenti delle Cooperative, al
Fondo “ESPERO“ possono aderire solo i dipendenti della Scuola, a
quello COMETA solamente i metalmeccanici, etc. Questi Fondi sono gestiti
dai padroni e dai sindacati; ogni due anni alla presidenza del Fondo
si alternano un rappresentante del padronato ed un dirigente sindacale.
I secondi,
quelli aperti, sono costituiti da Banche, Assicurazioni, Società Finanziarie
create appositamente a questo scopo, e ad essi può aderire qualsiasi
persona, indipendentemente dalla categoria lavorativa a cui appartiene.
Fondi di investimento esistono da anni, per ora costituiti da versamenti
volontari, ma pochissimi lavoratori hanno scelto di aderirvi perché
il loro rendimento è stato basso e per questo governi, padroni e sindacati
hanno fatto di tutto e di più per indurre i lavoratori ad investirvi.
Vere porcherie come aumentare la tassazione del TFR quando non viene
investito e diminuire quella sul TFR passato ai Fondi.
Come
funziona un Fondo Pensione ?
Se ci si iscrive
ad un Fondo Pensione si disporrà di un conto personale su cui l’azienda,
da quel momento, verserà ogni anno quel 6,9% della retribuzione lorda
che costituiva il TFR.
Il TFR versato
viene trasformato in ”quote del Fondo”: se si versa 100 e in quel
momento ciascuna quota del Fondo vale 20, si entra in possesso di 5
quote. Se l’anno successivo le quote valgono 25, versando 100 si avranno
altre 4 quote del Fondo che si aggiungeranno alle precedenti e così
via anno dopo anno. Le quote hanno un valore variabile perché il denaro
versato per il loro acquisto viene immediatamente investito in
titoli; da allora il valore delle quote è dato dai titoli che le compongono..
E il valore dei titoli è fissato dal variabile andamento della borsa.
Le quote da cui dipenderà la nostra pensione potranno quindi salire
o scendere, come se le giocassimo alla roulette.
Ma attenzione,
quando il valore scende, è sempre difficile risalire al valore precedente.
Ingenuamente
crediamo che se un giorno il valore scende ad esempio del 50% ed il
giorno dopo risale del 50%, la quota rimane invariata, ebbene non è
così: se oggi la mia quota vale 1000, perdendo il 50% va a 500 e anche
se l’indomani recupera il 50% non torna a 1000 ma va a 750 (che è
il 50% in più di 500); ci diranno che il mercato è in pareggio ma
in realtà abbiamo perso un quarto del valore di tutto quanto abbiamo
versato.
Succede lo
stesso se un giorno il valore delle quote sale e poi scende della stessa
percentuale: se possediamo quote per 1000 euro e si verifica un aumento
del loro valore del 50%, le quote passano a 1500 euro; se il giorno
dopo perdono ugualmente il 50%, non tornano ad un valore di 1000 bensì
scendono a 750 (il 50% in meno di 1500). Anche in tal caso il mercato
“appare” in pareggio in realtà abbiamo perso 250 euro rispetto
ai 1000 iniziali. Può accadere di perdere anche in caso di salite dei
titoli superiori alle discese.
Un bel giorno
si ha un aumento del 60% e i nostri 1000 euro diventano 1600. Il giorno
dopo si ha una discesa del 50% e i nostri 1600 euro diventano 800: abbiamo
perso 200 euro!
Un altro
giorno ancora si ha un ribasso del 50%, i nostri mille euro divengono
500; il giorno successivo si ha un bel rialzo del 70%: ebbene i nostri
risparmi non tornano nemmeno a 1000 ma si fermano a 850 (il 70% in più
di 500). Il mercato azionario ha “recuperato alla grande” ma noi
abbiamo perso 150 euro!
Questo è
il vecchio imbroglio della speculazione finanziaria e noi non potremo
farci niente perché potremo solo assistere senza intervenire: non potremo
decidere di ritirare le quote, anzi dovremo continuare a versare a lorsignori
il nostro TFR. E qui non si tratta di chi vuol rischiare nel
“gioco borsistico” parte di un proprio capitale, qui sono in gioco
i risparmi di una vita lavorativa, quelli che soli permettono di sopravvivere.
Come
sarà erogato l’assegno integrativo?
Sarà erogato
solo al momento del raggiungimento dell’età pensionabile, a parità
di montante l’assegno delle donne sarà comunque inferiore a quello
degli uomini essendo l’aspettativa di vita femminile superiore a quella
maschile. Dal momento in cui il dipendente andrà in pensione, potrà
richiedere la restituzione del 50% di quanto gli spetta mentre il resto
(o tutto se non si richiede il 50%) gli verrà reso con un vitalizio
mensile basato sulla sua “speranza di vita”. Quanto gli spetta verrà
infatti diviso per il numero di anni e mesi che teoricamente restano
da vivere (ad oggi 76 anni per gli uomini e 82 per le donne); il risultato
rappresenterà il mensile che verrà corrisposto (con la detrazione
dei costi di gestione).
Ma attenzione,
quanto spetta al lavoratore al momento in cui va in pensione è meno
dell’ammontare dei suoi versamenti investiti in titoli infatti da
questo ammontare sono state preventivamente detratte come accade in
tutti i Fondi di Investimento, le “spese di gestione” (che servono
anche a “stipendiare” i gestori del fondo. Se il rapporto di lavoro
si interrompe prima del pensionamento, non si potrà ritirare quanto
versato al Fondo, ma solamente quanto si aveva maturato di TFR prima
dell’adesione al Fondo.
Quanto
rendono i Fondi Pensione ?
Intanto occorre
dire che da un po’ di tempo a questa parte, chissà perché, sempre
più raramente compaiono sui mezzi di informazione dati completi ed
attendibili sul rendimento dei fondi pensioni. Comunque il loro rendimento
và sempre confrontato con quello, sicuro, del TFR. Partiamo da un dato
certo e incontestabile: dal 1999 ad oggi il TFR ha reso il 15,8% contro
il 9,2% medio dei Fondi. Secondo i dati di Mediobanca i fondi di Investimento
sono stati per il 60% addirittura in perdita.
Negli anni
1999-2002 l’andamento dei Fondi fu disastroso: la media fu negativa,
persero l’1,5%, con perdite record di “prestigiosi” gruppi come
Fondiaria (Conto Previdenza)-19%, Fideuram (Conto Crescita) -20%, Mediolanum
(Previgest) -17% Credit Agricol (Seconda Pensione) -30% !!! In quel
periodo si verificò anche il crollo dei fondi pensionistici di colossi
mondiali come quello dei dipendenti della Coca Cola (-23%) della General
Electrics, la più grande impresa mondiale di elettricità (-23,3%),
della Campbell, prima impresa al mondo dei cibi in scatola (-46%), solo
per citarne alcuni.
Ma anche se
esaminiamo il triennio 2002-2004, un periodo in cui il mercato finanziario
è stato “tranquillo”, solamente negli investimenti sui titoli obbligazionari
entrambi i tipi di Fondi sono stati positivi: dell’11, 5 i fondi chiusi
e del 7,8 quelli aperti, mentre sul mercato azionario i fondi chiusi
e quelli aperti hanno fatto registrare entrambi perdite del 10%. Nei
cosiddetti investimenti “bilanciati” i fondi chiusi hanno reso 1,3%
mentre quelli aperti hanno perso in media il 2,9%. Ebbene in quegli
stessi anni il TFR ha reso l’8,7%.
Ed anche in
questo triennio si sono avuti crolli dei fondi dei dipendenti di colossi
come le compagnie aeree United Airlines e U.S. Airways, della Bethelem
Steeel (acciaio), per non dire dei casi clamorosi della Enron e, in
Italia, della Parmalat e della Comit.
Ma tutto questo
ha i realtà una spiegazione se teniamo presente che cosa è il mercato
azionario. In sintesi. Il mercato dei titoli non crea nuova ricchezza
ma ha la unica funzione di centralizzare in poche mani la ricchezza
già esistente, quella già prodotta nell’unico modo in cui si produce
ricchezza: attraverso il lavoro. In altre parole, il valore dei titoli
azionari non ha alcuna vera corrispondenza con i capitali reali che
essi rappresentano.
Cosa è la
Borsa
Le azioni sono
quote del capitale di una data impresa. Si tratta di imprese che non
appartengono ad un solo proprietario bensì a più proprietari che posseggono
ciascuno una data parte del capitale totale della impresa; per questo
si chiamano società per azioni (SpA). Ogni azione è dunque una frazione
di capitale. Le azioni si vendono e si comprano in borsa ed il loro
prezzo è dato dal rapporto tra domanda ed offerta.
Come per ogni
altra merce quando c’è una forte domanda il prezzo (o valore) dell’azione
cresce, quando c’è meno richiesta il valore scende. Se ad esempio
la domanda di una azione supera l’offerta, il suo prezzo sale fino
a quando la domanda non diminuisce divenendo pari all’offerta (dopo
un poco che il valore è aumentato infatti la domanda diminuisce perché
man mano che il prezzo delle azioni sale, cala il numero di persone
disposte a comprarle).
E’ a questo
punto, quando domanda ed offerta sono in equilibrio, che avviene lo
scambio tra venditore e compratore e quest’ultimo entra in possesso
delle azioni.
Se teniamo
ben presente questo meccanismo, capiamo come il valore delle azioni
non corrisponda alle parti di capitali che esse nominalmente rappresentano.
Succede per esempio che delle imprese bisognose di nuovi capitali emettano
azioni allo scopo di procurarseli tra i risparmiatori. Se i risparmiatori
che vogliono investire i propri risparmi sono molti allora la loro domanda
fa salire il valore delle azioni.
Una volta rastrellati
i soldi dei risparmiatori, i capitalisti mettono in vendita le proprie
azioni, aumentando in tal modo l’offerta e facendo quindi scendere
il valore delle azioni che sono in possesso dei risparmiatori. Così
quei risparmiatori si ritrovano nelle mani azioni che ora valgono meno
di quanto le avevano pagate. La differenza tra quanto i risparmiatori
avevano pagato le azioni e quanto valgono adesso costituisce lo
sporco guadagno dei veri padroni dell’impresa.
In sostanza
dobbiamo tenere presente che il mercato borsistico non crea nuova ricchezza
ma serve solo a centralizzare in poche mani, quelle degli industriali,
dei banchieri degli speculatori la ricchezza già prodotta nell’unico
modo in cui si produce ricchezza cioè con la produzione di beni materiali,
con il lavoro (che nel mondo capitalista è sfruttamento del lavoro
salariato).
Come avviene
l’adesione a un Fondo Pensione ?
Ovvio che nessun
lavoratore un po’ informato accetterebbe di affidare la propria liquidazione
ai fondi pensione ed allora dalle lusinghe e le promesse, si passa all’imbroglio
del meccanismo del silenzio/assenso: se i lavoratori non esprimeranno
per iscritto entro il 30 giugno 2007 la volontà di lasciare in azienda
il loro TFR, questo finirà automaticamente in un Fondo pensione.
Le norme vigenti
e la logica prescriverebbero il contrario; evidentemente padroni governo
e sindacati sperano che un bel po’ di lavoratori dimentichino di fare
la dichiarazione o non ne vengano al corrente per perpetrare ai loro
danni un vero e proprio furto.
Entro giugno
2007 tutti i lavoratori del settore privato, e presto anche quelli del
pubblico, dovranno dunque comunicare se intendono mantenere il proprio
TFR presso l’INPS (nel caso delle aziende con più di 50 dipendenti)
o presso l’azienda (nel caso di aziende con meno di 50 dipendenti).
Se i lavoratori
scelgono di non aderire ad un Fondo pensione, il TFR
continuerà ad essere di proprietà esclusiva del lavoratore, essendo
salario differito, sia che rimanga all’INPS sia che rimanga all’azienda.
Ed in entrambi
i casi continueranno ad essere valide le norme della legge 297/1982,
sia per quanto riguarda i meccanismi di rivalutazione annuali, sia per
eventuali richieste di anticipi da parte del lavoratore, che dovrà
sempre rivolgersi per averli, alla propria azienda, indipendentemente
dal numero dei dipendenti di questa.
L’ergastolo
dei Fondi Pensione: chi aderisce ad un fondo pensione non ne può venire
più via
Attenzione,
regole e statuti dei Fondi Pensione non saranno quelli che leggiamo
oggi sui loro siti Internet, sui dépliants di cui ci sommergeranno,
o che ci descriveranno i loro procacciatori, ma saranno quelli che tutti
i Fondi dovranno adottare dal 31 marzo 2007, in base al modello di Statuto
obbligatorio emanato il 13/ 11/2006 dalla COVIP, l’organismo di controllo
sui Fondi Pensione. Questo Statuto al comma 6 art. 8, dice che dal 1°
gennaio 2007 aderire ad un fondo diviene una scelta irrevocabile. Si potrà solo, dopo due anni, cambiare Fondo. Mentre invece fino al
31 dicembre scorso chi era iscritto ad un fondo pensione poteva uscirne
(seppure con una serie di ostacoli e dopo un po’ di anni, a seconda
del tipo di fondo).
Il comma 2
dell’articolo 12 dichiara poi che, in caso di licenziamento, solo
dopo un anno di disoccupazione si potrà richiedere il 50% di quanto
versato, mentre la totalità del TFR versato si potrà riavere soltanto
dopo 4 anni, e solo se si è ancora senza lavoro.
Sappiamo che
se abbiamo dei risparmi in Banca possiamo ritirarli quando vogliamo;
con i Fondi pensione non si può. Sarà solamente possibile prelevare
non più del 75% del capitale investito esclusivamente per “gravissimi
motivi di salute”. E per prelevare un anticipo (non oltre il 50%)
per l’acquisto di una casa per sé o per i figli, occorrerà aspettare
che siano passati almeno otto anni dall’adesione al Fondo. Il fatto
che abbiano posto queste condizioni da ergastolo dimostra come padroni,
governo e sindacati siano consapevoli che i lavoratori che saranno cascati
nella trappola, si accorgeranno presto della truffa; per questo chiudono
la gabbia.
Massacrano
le pensioni per costringerci ad aderire all’imbroglio
Da quindici
anni a questa parte tutti i governi succedutisi, sia di centrodestra
che di centrosinistra non hanno fatto altro che modificare in peggio
i meccanismi di calcolo delle pensioni (metodo contributivo al posto
del retributivo), aumentare i contributi versati dai lavoratori (0,3%
solo con l’ultima finanziaria) ed innalzare le età pensionabili:
già oggi si va in pensione mediamente con il 70% dell’ultimo stipendio,
la pensione di anzianità sta per scomparire, quella di vecchiaia verrà
tra breve portata a 67 anni (65 per le donne).
Dunque quegli
stessi che massacrano le pensioni, poi ci “avvertono” che dobbiamo
cedergli il nostro TFR per farci la pensione integrativa, perché le
pensioni tra poco non ci basteranno per vivere. Come se oltretutto già
non fosse così: su 13,5 milioni di pensionati ben 7 milioni non superano
i 500 euro mensili, altri 3 milioni non arrivano a prenderne più di
750, solamente altri 3 milioni ricevono in media 1.037 euro mensili.
Quelli che hanno pensioni pari ad un salario operaio (1300-1400 euro)
sono appena 600.000.
Perché
vogliono i nostri risparmi ?
Come abbiamo
visto, da sempre le aziende tengono i nostri TFR fino a che non cessa
il rapporto di lavoro e sono sempre state libere di investire quei soldi
come meglio ritenevano.
Ma allora
perché adesso vogliono cambiare le cose? E’ chiaro: fino ad oggi
sono comunque obbligate a restituirci intatto il nostro TFR quando smettiamo
di lavorare, anche se nel frattempo loro l’hanno impiegato in operazioni
finanziarie che sono andate male. Facendoci aderire ai Fondi invece,
se gli investimenti vanno male anche noi ci rimettiamo. In altre parole,
vogliono farci condividere gli eventuali fallimenti dei mercati. Con
le nuove regole insomma, la fregatura la prendiamo anche noi; se va
male i padroni non sono obbligati a restituirci un bel niente.
Ma questa ansia
di rastrellare i nostri risparmi si capisce solo se teniamo presente
la fase che attraversa l’economia mondiale. I capitali investiti nella
produzione di beni materiali danno oggi un profitto bassissimo, a causa
della crescente concorrenza mondiale. Quindi la speculazione finanziaria
diviene un mezzo per valorizzare, ma solamente in parte e temporaneamente,
i capitali che non fruttano più abbastanza nelle attività produttive.
Il mercato finanziario, la speculazione su titoli e monete, diviene
lo strumento per far fruttare i capitali “inattivi” rastrellando
il denaro dei piccoli risparmiatori.
Ma c’è dell’altro,
e probabilmente è questo il vero obiettivo, il risultato più importante
che i padroni porterebbero a casa, quello su cui più dobbiamo riflettere:
d’ora in poi saremmo (illusoriamente) anche noi cointeressati al buon
andamento del loro sistema economico. Ad esempio, se un Fondo Pensioni
ha investito su una impresa che per “risollevarsi” deve licenziare
poniamo la metà dei suoi dipendenti, allora i lavoratori di altre aziende
ma che possedessero azioni di quella impresa, dovranno sperare che quei
licenziamenti avvengano. E mai scenderebbero in lotta in sostegno dei
propri compagni di quella azienda. Per esempio possiamo star certi che
le azioni dell’Alitalia torneranno a salire appena l’azienda e i
sindacati riusciranno a far ingoiare il “piano licenziamenti” ai
lavoratori.
Poniamo che
il nostro Fondo Pensioni investa in azioni di una impresa che costruisce
armamenti. Sono tra quelle che in Borsa vanno meglio e ancor meglio
quando c’è qualche guerra in giro per il mondo; dovremo allora auspicare
che scoppi qualche conflitto (certo ben lontano da noi) per veder crescere
i nostri risparmi.
In Africa le
imprese petrolifere hanno la bella abitudine di pagare bande di mercenari
per cacciare le popolazioni dalle zone dove devono costruire pozzi ed
oleodotti: espropriano terreni, ammazzano chi si oppone, abbattono foreste
Dovremo chiudere gli occhi su tutto questo, o auspicare che questo accada,così
anche a noi andrebbero un po’ di briciole della rapina, qualora il
nostro Fondo Pensioni avesse investito in queste “imprese”?. Se
uno sciopero dei minatori boliviani per salari migliori facesse scendere
le azioni delle Compagnie minerarie, dovremo sperare che venga represso
nel sangue?
Poniamo poi
che uno stato dell’America Latina chieda un prestito alla Banca Mondiale
e che il Fondo Monetario vincoli questo prestito a tagli dello stato
sociale, magari alla sanità. Quel paese taglia le spese sanitarie,
riceve il prestito e i Buoni del suo Tesoro si rivalutano. Se il nostro
bravo Fondo Pensioni avrà investito in quei Buoni i nostri risparmi
si accresceranno di qualche decina di euro….. e i proletari di quel
paese, se si ammalano, dovranno pagarsi le cure, sempre che possano.
Potremmo continuare all’infinito; la sostanza è questa, che il vero
trionfo dei padroni sarebbe la nostra cooptazione nel loro schifoso
sistema.
La
squallida parabola dei sindacati confederali
Anche i sindacati
di stato CGIL, CISL, UIL e i fascisti dell’UGL vogliono che i lavoratori
aderiscano ai Fondi Pensioni perché rappresentano il modo di rastrellare
un bel po’ di denaro per il mantenimento di quelle imprese d’affari
in cui si sono oramai da tempo trasformati.
Sono anni che
ci lavorano ed ora sentono che l’affare sta per concludersi, che la
rapina sta per andare a buon fine. Pensiamoci bene: ora che sono titolari
e beneficiari dei Fondi Pensione, quando andranno alle trattative sulle
“riforme della pensione” quali panni vestiranno, quelli di rappresentanti
dei lavoratori o quelli di gestori di Fondi? Avranno interesse che le
pensioni siano almeno sufficienti a campare o avranno interesse che
siano sempre più misere in modo che i lavoratori mettano altre quote
dei propri salari nei loro Fondi Pensione? Si chiama conflitto di interesse,
definitiva perdita della legittimità a trattare a nome dei lavoratori.
Diciamo no
alla truffa dei Fondi Pensione!
Ribelliamoci
al furto del nostro TFR!
CESP SARDEGNA
CENTRO STUDI
PER LA SCUOLA PUBBLICA
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SARDEGNA |